RACCONTAR-SI E RITROVAR-SI
Il metodo autobiografico come cura di sé
Raccontare se stessi attraverso la pratica della scrittura o della narrazione orale è già di per sé una strategia “terapeutica”; chiunque ne avrà fatto esperienza in un contesto relazionale appropriato ricorderà di essersi sentito sollevato e con la sensazione che le esperienze, una volta narrate, acquisiscono una forma un po’ diversa da quella fino ad allora percepita dentro di sé.
Ma perché si verifica questo?
In questo articolo si esamineranno alcuni processi psicologici che vengono incentivati dall’utilizzo del metodo autobiografico in ambito educativo e terapeutico e dunque il ruolo salutare che riveste la narrazione di sé. In particolare si evidenzierà come il metodo autobiografico aiuti la persona a organizzare la propria esperienza conferendole senso, a incrementare la competenze riflessiva e metacognitiva e infine, agevolare il processo di costruzione dell’identità.
Vediamo con ordine questi tre benefici del raccontarsi.
Un’occasione per “dare senso” all’esperienza
In primo luogo la narrazione consente di recuperare quelle “tracce di senso”esistenziali, relazionali, affettive e cognitive che sono presenti in tutte le esperienze della nostra vita e che talvolta, il rapido susseguirsi degli eventi nel presente, sbiadisce, attenua, rende inaccessibili e apparentemente scollegate tra loro. La narrazione offre l’occasione di riportare alla memoria tali tracce e dare parole che ri-definiscono l’esperienza. In tal senso il raccontarsi permette di rielaborare i vissuti, di rivestire di significati eventi in sequenza, interpretare gli eventi, le cause, individuare gli aspetti centrali e periferici delle storie di cui siamo stati protagonisti diretti o indiretti.
L’approccio narrativo infatti si fonda sulla convinzione che l’uomo costruisce attivamente la propria esperienza operando scelte, seguendo percorsi orientati da precisi scopi, elaborando creativamente “mappe” per orientarsi nel suo mondo.
Un’occasione per riflettere sulla propria storia
Pertanto, mentre ci raccontiamo riflettiamo su ciò che abbiamo vissuto e operiamo un’auto-osservazione dei nostri stati mentali (pensieri, sentimenti, desideri, credenze) ricostruendo l’esperienza intorno ad alcuni nuclei tematici.
In altre parole, tra il fare l’esperienza e il raccontarla in seguito -per usare un paragone mutuato dall’ambito fotografico- utilizziamo due lunghezze focali diverse: quando affrontiamo le singole vicende della nostra quotidianità, immersi nei compiti che strutturano le nostre giornate, utilizziamo un campo di osservazione ristretto; attraverso la narrazione invece la persona è sollecitata a riflettere sull’esperienza in una prospettiva “grandangolare”, ovvero assume un angolo di ripresa del proprio vissuto più ampio. Si dà così la possibilità di cogliere la molteplicità e complessità di aspetti presenti in una data esperienza mettendosi ad un’appropriata distanza da essi.
La narrazione di sé attraverso l’autobiografia dunque promuove la capacità della persona di riflettere su stessa, ri-disegnare la propria storia sia in termini di comprensione degli eventi passati, sia in termini di formulazione di progetti orientati al futuro.
Un’esperienza di costruzione della propria identità
Inoltre, l’approccio narrativo si fonda sul presupposto che l’uomo costruisce la propria identità nei diversi contesti di esperienze, intreccia storie e relazioni e –come autore- scrive il proprio ‘romanzo’. In tal senso il metodo autobiografico si pone come un invito a dare attenzione alla propria storia, a prendersi cura di sé a partire dalla possibilità di collegare ambiti differenti della vita; fornisce un repertorio di modi di essere di sé nel tempo e nello spazio.
Rivelare la propria storia personale permette di passare da un’ottica autoreferenziale alla prospettiva relazionale dove il racconto di per sé realizza un’esperienza di incontro tra due persone, suscita un impatto emotivo sugli interlocutori, diventa occasione per ri-comprendere e riconsiderare l’esperienza alla luce degli apporti cognitivi, relazionali, affettivi, emersi nell’esperienza del raccontare. Ad esempio, nel riferire un fatto, l’autore può lasciare sullo sfondo le tracce emotive mentre l’interlocutore, identificandosi, può rimanere colpito e dare risonanza a quell’aspetto dell’esperienza taciuto; si realizza un’esperienza di scambio che diventa occasione per arricchire la percezione del narratore e riconoscersi capacità, vulnerabilità, punti di forza.
La narrazione di sé pertanto diventa uno strumento che permette di riappropriarsi della propria storia, elaborando e ri-costruendo - nel tempo – la propria immagine di sé, la propria identità.






